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Giotto: un genio che amò

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Era brutto da morire e veniva da quel contado dove le deformità e le menomazioni erano all'ordine del giorno. 
I lavori pesanti, la mancanza di medici e di dentisti, le continue epidemie avevano segnato una razza schiava della terra. Ma anche in città, per ragioni analoghe, la bellezza era una cosa rara. Ecco perché i poeti la cantavano tanto. Quest'uomo piccolo e dall'aspetto sgradevole, ma arguto e con la battuta pronta, si chiamava Giotto. Era figlio del contadino Bondone e veniva da Vespignano nel Mugello. La data della sua nascita è un rebus, come del resto un po' tutta la riscostruzione della sua vita. Probabilmente, il pittore venne al mondo nel 1267. Scoperto dal Cimabue, se è vera la leggenda, arrivò a Firenze in un periodo di grande trasformazione sociale. In pochi decenni, un vero e proprio trasferimento di massa dalle campagne fece passare la popolazione della città da 50mila a 75mila abitanti, per arrivare alla soglia delle 100mila anime nel Trecento. Un boom che fece di Firenze uno dei centri maggiori d'Italia e d'Europa. Gran lavoratore, furbo e affarista, Giotto interpretò i bisogni della borghesia rampante. E dette una svolta alla pittura, con un realismo che rifletteva la concretezza della vita. Il 1290 fu un anno cruciale per l'artista. Sposò Ciuta di Lapo del Pela, dalla quale ebbe otto figli più brutti di lui. E partì per Assisi, dove lavorò nella Basilica Superiore lasciando il segno negli affreschi delle "Storie di San Francesco". Ma attenti, sull'attribuzione di tutta l'opera i critici si sono accapigliati più volte. Come una trottola con il pennello in mano, Giotto si spostò da una città all'altra. Eccolo a Roma verso la fine del Duecento e, dal 1302 al 1305, nella Cappella dell'Arena a Padova. Un antico cronista racconta che l'uomo più ricco del posto, Enrico degli Scrovegni, aveva fatto costruire la cappella per espiazione dei peccati del padre. Il genitore, infatti, era stato in carcere per usura e si guadagnò un posto fra i dannati nell'"Inferno" di Dante. Realizzato il capolavoro a Padova, Giotto riprese a girare: ancora Assisi, Firenze, poi Napoli nel 1328, al servizio di Roberto d'Angiò. Nel 1330 il sovrano lo nominò suo "familiare" e, due anni dopo, gli assegnò una pensione annua. C'è da credere che, fra l'onore e la pensione, il pittore avesse preferito la seconda. Famoso era il suo attaccamento al denaro. E non fa meraviglia che affittasse telai a tessitori troppo poveri per comprarseli, esigendo un tasso incredibile: il 120 per cento. Era un modo comune a Firenze per far fruttare i soldi senza incorrere nel reato di usura. Qualcosa, insomma, accomunava il vecchio Scrovegni e l'artista scelto per riscattare con i colori quell'anima dannata. Nel 1334 Giotto cominciò la costruzione del Campanile accanto al Duomo. Era già vecchio, ma non si dedicò soltanto a quello. Trovò anche il tempo per andare a Milano, chiamato da Azzone Visconti. Ritornato a Firenze, morì l'8 gennaio del 1337 e fu sepolto in Santa Maria del Fiore. Pratico com'era, ebbe una tomba uscio e bottega.

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