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I gas Tossici contro 'gli Infedeli'

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La Fortezza da Basso fu concepita come centro militare dello Stato mediceo. Essa forniva armi e munizioni a tutta la Toscana e poteva contare su un ricchissimo arsenale e su una folta guarnigione.
I numeri parlano chiaro. Alla cittadella erano destinate circa tremila fra picche e alabarde, più di novemila moschetti e oltre undicimila archibugi. Nel Seicento l'armeria era in grado di attrezzare trentamila persone. E nel 1737 un inventario delle armi trovate elencava, fra l'altro: 141 cannoni di vario calibro, 29 cannoni petrieri, 8 mortai (sempre petrieri), 10 bombarde, 930 bombe e 32.775 moschetti. Dentro la Fortezza, inoltre, funzionava un'enorme fonderia, alla quale arrivavano commissioni di tutti i tipi. Per quanto riguarda la preparazione delle polveri esplosive, erano a libro paga una trentina di fornitori abituali di salnitro, sparsi per la Toscana - da Montalcino a Grosseto - e legati da particolari convenzioni. I futuri bombardieri andavano nella roccaforte del Sangallo a studiare l'arte e a esercitarsi. La scuola di Firenze, infatti, era particolarmente rinomata. Tutti questi elementi forniscono il quadro di un insediamento militare all'avanguardia, definito da Francisco de Hollanda 'il miglior forte d'Europa'. E' logico, quindi, che nella cittadella ci si tenesse aggiornati sulle nuove tecniche belliche e sui nuovi tipi di armi. E non dovevano sfuggire gli studi, sviluppati specialmente fra il Cinquecento e il Seicento, sugli ordigni micidiali che precorrevano i moderni gas tossici. Già Leonardo si era occupato dell'argomento, consigliando di gettare una certa polvere contro le navi nemiche, perch] 'tutti quelli che ne lo anelito piglieranno detta polvere cho l'anelito tramortiranno'. Nella lettera del 1483 a Ludovico il Moro, accennava a un fumo che dà 'grande spavento all'inimico con grave suo danno e confusione'. In maniera simile, nel maggio 1482, un tal maestro Alvise aveva proposto alla Serenissima l'uso di un proiettile da bombarda 'cum fumo aveneato'. Nel 1650, il generale polacco Casimiro Siemienowicz scrisse un'opera dal titolo 'Grande arte d'artiglieria', che nell'ultima parte - pur con qualche volo di fantasia - trattava degli ordigni tossici, da usarsi 'non già contro i cristiani stessi, ma bensì contro i Turchi, i Tartari e altri infedeli'. Insomma, contro le razze 'inferiori'. Tra l'altro, il generale anticipava i principi della guerra batteriologica: egli prevedeva la possibilità di corrompere l'aria delle città assediate, provocandovi malattie contagiose. Più scientifico apparve un manoscritto, del quale fu data notizia poco dopo il 1930, trovato per l'appunto all'Archivio di Stato di Firenze, in una filza delle 'Carte Medicee'. Il documento, databile agli inizi del Seicento, costituiva l''Indice di un libro che doveva trattare del modo di fare le polveri d'artiglieria et di altre materie militari'. Il quinto capitolo era così intitolato: 'Delli fumi auelenati et non auelenati per gettar o tirar con l'artiglieria o qualsivoglia altro Istromento'. Le sostanze venefiche indicate al capo sesto erano arsenico, mercurio e vetriolo. Esse dovevano essere aggiunte al salnitro, uno dei tre ingredienti della polvere da sparo. Da ciò si deduce che, oltre alla preparazione della polvere, anche il suo avvelenamento avveniva nelle fortezze o nelle stesse batterie. Come nell'opera del Siemienowicz, il manoscritto specificava che i 'fumi' letali erano 'per usar solamente contra i Turchi'. Poi, in uno scenario da vera guerra chimica, accennava all'avvelenamento de 'li pozzi, et altre aque che non sono correnti, et feno, paglia et biade'. L'autore dell''Indice' è anonimo, né si conosce il destinatario. Al momento, l'esistenza di un qualsiasi rapporto con i magazzini di salnitro della Fortezza da Basso, o magari con la polveriera del Forte di Belvedere, appare soltanto un'ipotesi, sebbene verosimile. Un dato di fatto sul quale riflettere, invece, è che la Toscana fu tra gli Stati che combatterono contro i Turchi.

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